sabato 28 settembre 2019

Pillole di Camaldoli - “Fascismi: storia, linguaggi, interpretazioni”

«Il fascismo è un fenomeno storico, non un modello applicabile genericamente a realtà le più diverse». Conoscerlo «è fondamentale per comprendere la specificità di fenomeni politici e partiti politici contemporanei», per scoprire perché vengono assunti «alcuni argomenti e alcuni simboli pur portando avanti pratiche che sono pienamente inserite in una società diversa». Ma «non bisogna imboccare la scorciatoia di definire tout court fascisti questi partiti politici», assumendo il fascismo come «nemico eterno».
Parole di Lucia Ceci, docente di Storia contemporanea a Roma Tor Vergata, in apertura della terza sessione della Scuola di formazione e cultura politica organizzata dalla rivista Il Regno e dalla Comunità di Camaldoli presso il monastero casentinese.




Dopo la sua lezione su «Fascismi: storia, linguaggi, interpretazioni» è stata la volta di un dialogo a tre sulla memoria della Shoah nella crisi dell’Europa. Piero Stefani, docente della Facoltà teologica di Milano, citando Primo Levi ha sottolineato, a chiusura del suo excursus sulla riflessione maturata nella Chiesa cattolica, che «anche noi oggi avvertiamo una giusta vergogna nel ricordare la Shoah in una situazione così abissalmente diversa dall'oggetto sul quale abbiamo tentato un poco di riflettere». 

Dal canto suo Anna Foa, docente di Storia moderna alla Sapienza di Roma, guardando all’Europa conteporanea, ha ammmonito: «Non è strano che dentro ai sovranismi ricompaiano degli antisemitismi. Nel momento in cui si mette in discussione la costruzione europea, si estendono i varchi aperti all’antisemitismo, essendo queste ideologie in sé razziste».






Infine Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Sant’Anna di Pisa, ha focalizzato l’atteggiamento della Santa Sede di fronte al sorgere dei totalitarismi, fortemente influenzato dall’opposizione agli ordinamenti liberal democratici e ai regimi comunisti. Dapprima «le ragioni della convergenza prevalgono su quelle della divergenza». Bisognerà aspettare la Pacem in terris di Giovanni XXIII per trovare invece un’adesione positiva alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948: «è lì che, per la prima volta, ci si apre davvero alla storia, secondo una prospettiva perseguita poi dal Concilio e oggi altrettanto convintamente dal pontificato di papa Francesco».




venerdì 27 settembre 2019

Ilvo Diamanti: contro il populismo si torni a fare politica

Si può sconfiggere il populismo «attraverso la politica e riprendendo a fare politica». Perché «fare politica significa non rassegnarsi a una politica che si fa soltanto in televisione e sempre più attraverso la Rete». Lo sostiene Ilvo Diamanti, docente di Scienze politiche all'università Carlo Bo, in occasione della Scuola di politica de Il Regno a Camaldoli (AR).




«In generale - ha spiegato Diamanti - il populismo tende ad annullare le differenze interne alla società e a presentarla come un popolo tutto uguale, tutto unico che ha bisogno per questo di riconoscersi attraverso gli altri e gli altri sono ad esempio gli altri che ti minacciano – ma non solo gli stranieri – e gli altri che incombono su di te, cioè le élite. Quello che davvero ha aperto le porte al populismo è la crisi dei partiti tradizionali, i partiti che stavano dentro la società, interpretavano delle idee magari delle ideologie ma che avevano anche un'organizzazione. Oggi quei partiti hanno lasciato il passo a coloro che di fatto intercettano esattamente queste paure: più che sentimenti questi risentimenti».

Secondo il sociologo «il Movimento 5 stelle è il veicolo di un paese spaesato, è il veicolo di un malessere, mentre la Lega, questa Lega è molto cambiata a quella del passato, non è più una Lega che interpreta le rivendicazioni di un territorio, anzi».

«In realtà - ha aggiunto - in Italia il populismo si afferma perché non ci sono più attori politici in grado di dare al popolo un nome, un'immagine e di fatto dei luoghi in cui riconoscersi e partecipare». 

«Il mio avviso - ha concluso Diamanti - è che si possa affrontare queste sfide politiche attraverso la politica e riprendendo a fare politica. Fare politica significa non rassegnarsi a una politica che si fa soltanto in televisione e sempre più attraverso la Rete. La politica deve essere un luogo di società e di socialità, dove si incontrano le persone. Se questo avviene il populismo non ha più il suo terreno, il luogo in cui definirsi, perché il popolo del populismo è un popolo senza confini e senza distinzioni: se tu sei nella società dai raffigurazione e rappresentanza esattamente a queste differenze, e ci sono, le interpreti».

Pillole di Camaldoli - Segatti e Diamanti su nuove definizioni di “populista”

«Quando dico “populista”…». Gli interventi di Paolo Segatti e Ilvo Diamanti alla seconda sessione della scuola di formazione e cultura politica organizzata dalla rivista Il Regno e dalla Comunità di Camaldoli presso il monastero casentinese ha risposto in pieno alle aspettative che il titolo aveva suscitato nei 200 partecipanti.


«Ideologia sottile», «Retorica, discorso sul mondo, più che cosa del mondo». «Democratico, ma non liberale» sono alcune delle qualifiche più pregnanti date del populismo dal prof. Segatti, docente di sociologia a Milano. Che ha focalizzato quello italiano come «un laboratorio», in quanto attualmente vi si osserva «un fenomeno purissimo di populismo, che è quello del M5S». Un populismo «generico, perché il suo bersaglio ha a che fare essenzialmente con il processo politico, non con la polis»; i cui elettori sono «conservatori quanto allo status quo», ma «certamente radicali per quanto riguarda il processo politico». Infatti demonizzano i conflitti politici, giudicano i partiti «inutili» e ritengono che sia meglio lasciare ogni decisione pubblica all’individuo. Perseguendo una «democrazia invisible» che è una «democrazia impolitica». Ma se «passa un principio di maggioranza per cui la minoranza deve chinare la testa e dire: tu hai ragione, maggioranza, è la verità, questo non è democrazia liberale, è un maggioritarismo».



Ilvo Diamanti, docente di Scienze politiche a Urbino, ha proseguito la riflessione di Segatti guardando ai cambiamenti della società italiana. Egli ha descritto il populismo come «la costruzione di un popolo indistinto, che per esistere ha bisogno di altri da sé, da cui differenziarsi». Questi «altri» possono essere «fuori di noi», come gli immigrati, o «sopra di noi», come le élite. Inoltre il populismo ha bisogno di un «capo» nel quale riconoscersi e sentirsi «uno insieme agli altri».

Ma se oggi in Italia il populismo non è più impopolare come era fino a poco anni fa, la causa, secondo Diamanti, è da ricercarsi soprattutto nell’insicurezza e nella sfiducia, che i mass media, e soprattutto la televisione, contribuiscono ad alimentare sebbene spinte da semplici ragioni di audience. Così, ha concluso Diamanti, «se dovessi dare un’indicazione su cosa possa promuovere delle prospettive non populiste, dovrei riferirmi alle caratteristiche della persona insicura. Ma è la partecipazione che allontana la sfiducia»; dunque si può sperare di «andare oltre al populismo dando un nome al popolo», alle persone che ne sono parte.

Pillole di Camaldoli - Brunelli: cattolici ripartano dall'ABC della politica

«Siamo in una fase di scomposizione del sistema politico italiano e questa è una delle ragioni che ci ha spinto a riprendere qui a Camaldoli una tradizione di confronto tra cattolici». Con queste parole il direttore de Il Regno, Gianfranco Brunelli, ha spiegato le ragioni della scuola di formazione e cultura politica organizzata dalla rivista di cultura e informazione religiosa e dalla Comunità di Camaldoli presso il monastero casentinese.





«Il tema del rapporto tra cattolici e politica - ha spiegato Brunelli - è un tema che deve essere assolutamente ripreso non tanto nella forma del rimpianto di un partito dei cattolici ma nella forma di un confronto culturale».

Oggi, secondo il direttore de Il Regno «siamo di fronte a una fase di necessaria rialfabetizzazione del mondo cattolico rispetto ai grandi temi della politica. E qui affrontiamo, a partire da un taglio storico e politico, quelle che sono le cause e le macerie che ingombrano il cammino di una ripresa di confronto dei cattolici con la politica. Ritrovare le radici della crisi attuale significa ragionare sui grandi temi del passato, rivoluzioni e tolitarismi in particolar modo, ma questo ha anche a che fare molto non per facili analogie col passato ma perché dobbiamo capire e comprendere che cosa sono oggi, nella loro diversità e nella somiglianza di alcuni linguaggi, la stagione che abbiamo di fronte dei sovranismi e dei populismi».

giovedì 26 settembre 2019

Pillole di Camaldoli - Scuola di politica giorno 1

«Dovremo essere presenti al nostro tempo, abitare questa nostra Italia. La Chiesa italiana non può rimanere assente o in disparte. La Chiesa non può tacere. Essa ha una responsabilità teologica e storica quanto all’annuncio del Vangelo, all’educazione e alla formazione delle coscienze, all’edificazione della fede cristiana e alla promozione umana». Con queste parole il card. Bassetti, presidente della CEI, ha preso la parola alla prima giornata della scuola di formazione e cultura politica organizzata dalla rivista Il Regno e dalla Comunità di Camaldoli presso il monastero casentinese.


«Questa responsabilità della Chiesa», ha proseguito, «deve essere esercitata a viso aperto e in maniera accogliente, ospitale. La Chiesa non può e non intende entrare direttamente o formulare opzioni di parte o creare direttamente o indirettamente un proprio strumento partitico. Essa può chiamare a raccolta tutte le coscienze, a cominciare da quelle dei credenti, invitando tutti a una nuova stagione di responsabilità personale attorno a valori fondamentali». Infatti, ha concluso, «non tocca a noi vescovi intervenire direttamente sulle scelte politiche, ma ai laici sì, nuovamente, con nuova maturità, preparazione, consapevolezza, responsabilità e vorrei dire libertà».

Prima di lui il prof. Massimo Epis, teologo alla Facoltà teologica di Milano, ha riflettuto sull’immagine biblica che dà il titolo alla scuola, «Non di solo pane vivrà l’uomo», sottolineando che «suona scandalosa alle orecchie dei benpensanti l’idea che Dio stesso possa avere fame», ma «nel grido dell’umanità che ha fame è Dio che chiede di essere aiutato».

A seguire il prof. Emilio Gentile, storico dell’Università La Sapienza, ha ripercorso le «rivoluzioni, conflitti, totalitarismi del Novecento» senza sfuggire gli inevitabili interrogativi sul presente: «Oggi ciò che minaccia la democrazia non è il totalitarismo, bensì un’involuzione in senso maggioritario del metodo democratico senza più l’ideale democratico».

A questo primo Percorso di cultura politica, intitolato «Alle radici della crisi attuale. Rivoluzioni e totalitarismi», partecipano 200 persone, provenienti da tutte le diocesi italiane. La scuola prosegue fino a domenica con le lezioni, tra gli altri, di Ilvo Diamanti, Anna Foa, Claudia Mancina, Vera Gheno, Sabino Cassese e il card. Walter Kasper.

martedì 24 settembre 2019

La scuola del Regno a Camaldoli. Intervista a Radio Vaticana




I cattolici devono fare politica ma non serve un partito. È un concetto più volte ripetuto da papa Francesco che ha invitato a lavorare sulla formazione dei giovani. In questo senso va la scuola di politica del Regno a Camaldoli che prenderà il via giovedì 26 settembre e proseguirà fino a domenica 29 settembre. «Non di solo pane vivrà l'uomo» è il titolo del percorso di cultura politica che quest'anno avrà come tema «Alle radici della crisi attuale. Rivoluzioni e totalitarismi».

Le ragioni dell'appuntamento di Camaldoli sono state presentate dal direttore del Regno, Gianfranco Brunelli, nel corso di una diretta su Radio Vaticana (qui a partire dal minuto 30'55" https://bit.ly/2kRmurB).

«Quando abbiamo pensato questa iniziativa – ha spiegato Brunelli - abbiamo immaginato che oggi, di fronte ai nazionalismi che ritornano, ai sovranismi e ai populismi, ci fosse la necessità di un pensiero profondo e di un riesame della nostra storia recente e del Novecento in particolare, in un confronto con l'attualità senza facili analogie o sovrapposizioni». L'obiettivo della scuola è quello di «riprendere lo studio e la formazione dei concetti fondamentali attraverso i quali noi riusciamo a descrivere e narrare ciò che accade. Questo tenendo come riferimento le vicende internazionali e quelle del nostro Paese».

Se vogliamo che i cattolici tornino consapevolmente e autonomamente in politica, al di fuori degli schemi del passato – come ha ricordato il direttore del Regno – debbono essere in condizione di farlo, con una capacità analitica del presente e una memoria sufficiente del passato e fuori da ogni strumentalizzazione, capaci di pensare e progettare il futuro. Per questo durante la quattro giorni di Camaldoli «ci confronteremo su temi del passato, sui nazionalismi e fascismi, sui comunismi, sulle nuove tecnologie e sui modelli democratici per l'Italia e per l'Europa».

C'è un vuoto formativo su questi temi che riguarda anche il mondo cattolico. «C'è stato un tempo forse anche troppo lungo – ha proseguito Brunelli – in cui, anche alla luce della fine del partito cattolico, la DC, per distinguere l'impegno dei cattolici dalla realtà del passato, si è creata indifferenza alla politica. Oggi bisogna tornare su tutti i livelli, il livello culturale, quello sociale, economico e politico-istituzionale; nessuna strada è esclusa all'impegno civile dei cattolici. Appartiene alla nostra identità profonda, l'annuncio che dobbiamo dare del Vangelo, l'impegno e la responsabilità anche della cosa pubblica».

Una sessione delle quattro giornate sarà dedicata alla memoria di quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare la Shoa. «Il vuoto formativo c'è. La politica è diventata quasi sempre e soprattutto percepita come tattica di breve periodo, come ostentazione di se stessi – ha ricordato Piero Stefani, biblista, docente alla Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale, che sarà relatore a Camaldoli –. È molto difficile in questo contesto il senso profondo dell'impegno politico. Senza andare a una riflessione di più lungo periodo, anche la dinamica del presente è poco comprensiva. C'è una specie di paradosso che la storia condiziona tanto di più quanto meno la si conosce».

Tra i relatori anche Paolo Segatti, docente di sociologia all'Università statale di Milano, a cui è affidato il compito di riflettere sulle «Nuove definizioni. Quando dico “populista”». «È vero che l'uso di una forte retorica populista in particolare nel tracciare un confine tra le élite e un popolo pensato come unitario ha un effetto di stimolo alla partecipazione, come ci dicono i dati non solo in Italia ma anche in altri paesi europei – ha spiegato Segatti –. La democrazia però non è solo partecipazione ma è anche rispetto delle minoranze. Da questo punto di vista la retorica populista pone dei problemi. Per cui il risultato è ambiguo: può mobilitare, portare alla partecipazione, nel contempo se populismo viene inteso come monopolio morale della rappresentanza allora pone dei problemi dal punto di vista del rispetto delle minoranze».

Davanti al vuoto formativo, risulta fondamentale il ruolo che deve svolgere l'informazione. «Per certi versi la politica è di per sé una cosa molto complicata sulla quale si danno giudizi molto generali e molte volte alimentata da pregiudizi – ha proseguito il sociologo –. Costruire informazione è decisivo anche perché abbiamo visto che in passato e anche adesso i media non aiutano. Iniziative come questa di Camaldoli sono molto importanti perché una democrazia senza informazione e senza un pubblico, almeno una minoranza estesa di cittadini informati, attenti, capaci di elaborare le informazioni che arrivano sulla base delle loro convinzioni e dei dati oggettivi, è importante. Senza questo la democrazia non funziona o funziona male».

La scuola è inscritta all'interno della tradizione della memoria e della ispirazione cristiana, ha concluso il direttore del Regno ricordando il titolo individuato per la scuola di politica «Non di solo pane vivrà l'uomo». «La citazione di Luca e Matteo – ha detto Brunelli durante il collegamento con Radio Vaticana – ci ricorda e ci consente di capire come non solo l'autonomia delle cose terrene non basti a se stessa, ma ci consente anche di capire come l'idea stessa di laicità è radicata nel primato di Dio. Noi abbiamo bisogno di ristabilire continuamente nella presenza e nell'impegno nella responsabilità pubblica la differenza e allo stesso tempo la corrispondenza tra la storicità e la trascendenza della nostra fede».

 Per informazioni www.ilregno.it