venerdì 27 settembre 2019

Pillole di Camaldoli - Segatti e Diamanti su nuove definizioni di “populista”

«Quando dico “populista”…». Gli interventi di Paolo Segatti e Ilvo Diamanti alla seconda sessione della scuola di formazione e cultura politica organizzata dalla rivista Il Regno e dalla Comunità di Camaldoli presso il monastero casentinese ha risposto in pieno alle aspettative che il titolo aveva suscitato nei 200 partecipanti.


«Ideologia sottile», «Retorica, discorso sul mondo, più che cosa del mondo». «Democratico, ma non liberale» sono alcune delle qualifiche più pregnanti date del populismo dal prof. Segatti, docente di sociologia a Milano. Che ha focalizzato quello italiano come «un laboratorio», in quanto attualmente vi si osserva «un fenomeno purissimo di populismo, che è quello del M5S». Un populismo «generico, perché il suo bersaglio ha a che fare essenzialmente con il processo politico, non con la polis»; i cui elettori sono «conservatori quanto allo status quo», ma «certamente radicali per quanto riguarda il processo politico». Infatti demonizzano i conflitti politici, giudicano i partiti «inutili» e ritengono che sia meglio lasciare ogni decisione pubblica all’individuo. Perseguendo una «democrazia invisible» che è una «democrazia impolitica». Ma se «passa un principio di maggioranza per cui la minoranza deve chinare la testa e dire: tu hai ragione, maggioranza, è la verità, questo non è democrazia liberale, è un maggioritarismo».



Ilvo Diamanti, docente di Scienze politiche a Urbino, ha proseguito la riflessione di Segatti guardando ai cambiamenti della società italiana. Egli ha descritto il populismo come «la costruzione di un popolo indistinto, che per esistere ha bisogno di altri da sé, da cui differenziarsi». Questi «altri» possono essere «fuori di noi», come gli immigrati, o «sopra di noi», come le élite. Inoltre il populismo ha bisogno di un «capo» nel quale riconoscersi e sentirsi «uno insieme agli altri».

Ma se oggi in Italia il populismo non è più impopolare come era fino a poco anni fa, la causa, secondo Diamanti, è da ricercarsi soprattutto nell’insicurezza e nella sfiducia, che i mass media, e soprattutto la televisione, contribuiscono ad alimentare sebbene spinte da semplici ragioni di audience. Così, ha concluso Diamanti, «se dovessi dare un’indicazione su cosa possa promuovere delle prospettive non populiste, dovrei riferirmi alle caratteristiche della persona insicura. Ma è la partecipazione che allontana la sfiducia»; dunque si può sperare di «andare oltre al populismo dando un nome al popolo», alle persone che ne sono parte.

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