venerdì 9 dicembre 2016

Finale di partita: la vittoria dei «no» e la sconfitta di Renzi

O con me o contro di me. Questo è il renzismo. Aver trasformato il referendum costituzionale in un referendum su se stesso e il suo governo ha determinato sia lo schema competitivo sia, conseguentemente, il risultato. È finita 59 a 41 a favore del «no». Un disastro. Nessun governo o maggioranza parlamentare si azzarderà per molto tempo neppure a nominare l’ipotesi di una riforma della Costituzione. Nonostante le necessità del paese.







Più complessivamente, il fallimento di Renzi getta una luce gelida su 27 anni di tentativi di riforme istituzionali, costituzionali e politiche. Si torna alla «Prima Repubblica», al proporzionale, a un parlamentarismo che senza i partiti è scarsamente rappresentativo, alla consociazione corporativa.
Su un piano politico, Renzi ha coalizzato tutti gli altri da sé, dal suo governo e dalla sua maggioranza. Tutti contro. Ha imposto uno schema di competizione nel quale gli italiani si potevano esprimere – e lo hanno fatto in tanti – non sulla riforma costituzionale ma sui mille giorni del suo governo. Ha catalizzato lo scontento, i timori, le frustrazioni, le proteste dei ceti precarizzati dalla crisi, delle aree del paese impoverite e mai sviluppate, soprattutto di chi ha un futuro incerto, soprattutto dei giovani, soprattutto del Sud.

È stato un azzardo, mosso dalla mancata interpretazione della natura della sconfitta alle recenti
amministrative e al referendum sulle trivelle. Quel che è successo pone in questione il nostro modello democratico non solo sul piano politico-istituzionale, ma anche su quello sociale.

La sconfitta, clamorosa, è certamente di Renzi. E con lui di tutte le forze riformiste del paese. La vittoria non c’è. Se la debbono spartire politicamente Berlusconi e D’Alema, Grillo e Salvini, la CGIL e la Meloni. È saltato l’intero quadro politico. Siamo di nuovo dentro una crisi di sistema della quale si possono avvantaggiare le forze estreme, tenute assieme oggi da un facile collante antieuropeista, dalla paura dell’immigrazione, dal timore dell’impoverimento trasfigurato nel mito negativo dei «poteri forti». 

Un forte vento di reazione, che ha motivazioni diverse, comprensibili, talora giustificate, ma che soffia nella stessa direzione: quella reazionaria. Non saranno l’ANPI e Bersani a inverare a sinistra la vittoria dei «no». Chissà che cosa avrebbe detto Gramsci di una strategia che ha accompagnato un po’ di sinistra dentro la destra. Saranno i Salvini e i Grillo a inverare quel risultato. Eterogenesi dei fini per molti che hanno votato in buona fede «no».

No all’uomo solo, chiunque sia 
Tutto era cominciato alla fine della legislatura precedente, con la decisione di dare vita al governo Monti. Lì si era prodotta la prima rottura rispetto allo schema bipolare (certamente insufficiente, ma ancora possibile). Il governo Monti doveva essere un esecutivo creato dal presidente della Repubblica di fronte a uno stato d’eccezione: il crollo di credibilità internazionale e nazionale del governo Berlusconi (regolarmente eletto), la speculazione finanziaria, la crisi dei rapporti con Bruxelles stavano facendo saltare il paese.
Ma Monti, dopo aver affrontato alcune emergenze economico-finanziarie in forme duramente antipopolari e troppo corrive verso Bruxelles, immaginò, velleitariamente, di trasformarsi in leader politico e di dare vita a una forma neocentrista che assumesse la guida del paese con l’appoggio politico del Partito democratico (PD).

Specularmente, il vuoto politico lasciato dallo sfaldamento del centro-destra a guida berlusconiana lasciava immaginare al PD di Bersani di poter vincere in una competizione che, di fatto, non aveva avversari e di poter governare con le forze moderate di Monti. Il risultato fu il fallimento di Monti-politico e la mancata vittoria di Bersani, a fronte di una rimonta della Lega e soprattutto dell’esplosione di consensi verso il movimento antisistema di Grillo.
L’esito del voto mostrava la fine tendenziale del bipolarismo e la nascita di un sistema tripolare con tre soggetti sostanzialmente equivalenti e tra loro incomponibili. La mancata vittoria di Monti-Bersani e la marcia solitaria di Grillo avevano conservato a Berlusconi, nonostante il dimezzamento elettorale del PDL, la centralità politica anche nel nuovo Parlamento.

Ancora una volta nella storia del paese, la sinistra non era riuscita a leggere la realtà e la presunzione dei tecnocrati aveva fatto il resto. Lo si vide quando Bersani non riuscì né a formare un governo, né a eleggere un nuovo capo dello stato. La riconferma (pro tempore) di Napolitano aveva come condizione che si formasse un governo politico di largo spettro, e si avviasse una legislatura costituente. 

Il governo Letta coinvolse tutti (cioè anche Berlusconi), tranne la Lega, il Movimento 5 stelle e Sinistra ecologia e libertà. Fu un governo che avviò il dibattito costituente e calmierò alcune delle riforme di Monti, ma di fronte alla ridefinizione della sua maggioranza (le vicende giudiziarie di Berlusconi e la spaccatura del PDL) e alla crisi del PD, di cui lo stesso Letta non si volle occupare, si ebbe la fine del suo governo.
La brillante conquista della segreteria del PD da parte di Renzi e il timore dell’esito delle elezioni europee del 2014 convinsero Napolitano ad acconsentire a un passaggio di governo tra Letta e Renzi, individuando in lui l’unico leader che potesse provare a mettere in sicurezza il sistema politico, agendo sia sulla sua componente istituzionale, sia su quella politica. Così non è stato. Quel che è successo domenica 4 dicembre 2016 è l’ultimo, il più eclatante, di una serie di fallimenti.
Quale modello di sistema, quale leadership, quali soggetti politici si affermeranno non è possibile dire. Se il 59% dei voti non è automaticamente ascrivibile alle forze politiche del «no», così il 41% dei «sì» non è riconducibile al futuro partito di Renzi. A errore si può aggiungere errore.
Se Renzi vuole ricominciare dal PD, lo deve fare democraticamente, con il congresso e con le primarie. In caso contrario porterà a sbattere anche il PD. Rimaniamo esclusivamente interessati alla stabilizzazione democratica del paese, non all’occupazione del potere di un uomo solo. Chiunque sia.

2 commenti:

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  2. "...dal timore dell’impoverimento trasfigurato nel mito negativo dei «poteri forti»"


    ma non credete che invece di essere un "mito" sia proprio ciò che "corrompe" la democrazia.

    http://www.repubblica.it/esteri/2014/10/02/news/papa_lavoro_welfare-97141776/


    anche oltre oceano hanno evidenziato il nesso critico tra concentrazione di ricchezza e democrazia.

    http://www.rsi.ch/play/tv/popupvideoplayer?id=8280211

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