mercoledì 30 novembre 2016

Albano Laziale, le indicazioni al clero sull'assoluzione del peccato d'aborto


«Nella lettera apostolica Misericordia et misera firmata il 20 novembre papa Francesco ha esteso nel tempo per tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere quanti hanno procurato il peccato di aborto, già concessa limitatamente al periodo giubilare (n. 12). D’ora in avanti, dunque, di essa ne gode ogni sacerdote che sia già in possesso della necessaria facoltà di ricevere abitualmente le confessioni (cfr CIC cann. 966 §1; 970 e 973).
Noi accogliamo cordialmente e con animo grato la disposizione del papa». 

Con queste parole mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, introduce la sua lettera al clero diocesano e religioso, attraverso la quale offre alcune indicazioni per meglio comprendere e accogliere la disposizione del papa, dopo la chiusura della Porta Santa. 

Il fondamento canonico
È necessario tenere presente la distinzione tra «peccato» e «sanzione penale», che è comportata da alcuni peccati, fra i quali c’è l’aborto procurato ed effettuato. A norma del can. 1398 del CIC, infatti, «chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae», cioè senza che sia necessario pronunciarla formalmente per ogni singolo caso. Da qui, sino ad oggi, la sua «riserva» al Vescovo e ad altri sacerdoti designati da lui, o indicati dallo stesso Diritto Canonico; da qui pure la necessità della remissione di tale censura prima che sia impartita l’assoluzione sacramentale.

Ora, però, con la decisione comunicata nella sua recente Lettera, il papa ha concesso a tutti i confessori la facoltà di rimettere nel «foro sacramentale» (cioè nell’atto della confessione sacramentale) la censura di cui nel citato can. 1398. Altrimenti detto, il papa ha concesso a tutti i confessori la «giurisdizione» per levare la sanzione penale, la censura di scomunica.
Ritengo importante che almeno noi sacerdoti teniamo ben chiara (e trasmettiamo agli altri fedeli) la distinzione fra i peccati e le sanzioni penali. Giurisdizione e potere di perdonare i peccati sono due realtà «concettualmente» diverse. Ora, però, nel nostro caso con la decisione del papa esse risultano unite nello stesso atto della confessione: qui il confessore esercita la giurisdizione di rimettere la censura di scomunica (che vietava la ricezione di tutti i sacramenti) ed esercita anche il potere sacerdotale che ha di perdonare i peccati.
Nulla, dunque, è stato modificato circa il reato di aborto e circa la pena canonica di scomunica. È stato, però, «semplificato» il sistema di remissione del reato di aborto, affidando ai confessori nel «foro» della confessione la giurisdizione per togliere la pena e poter così assolvere tutti i peccati che possa avere il penitente.
Senza avere l’intenzione d’impartire una lezione di diritto canonico, aggiungo solo qualcos’altro sulla dinamica canonica nella quale s’inserisce la decisione del papa. La disciplina canonica, infatti, mette sempre in conto il bonus animarum, anche quando il penitente si trova in condizioni particolari. Perciò essa prevede il cosiddetto «caso più urgente» (casus urgentior), com’era chiamato nel can. 2254 del CIC ’17; quello, cioè, in cui la situazione di peccato e l’impossibilità disposta dalla sanzione penale di accedere ai sacramenti incidono così pesantemente sul fedele ormai pentito, sì da rendergli gravoso attendere per tutto il tempo necessario a ottenere la remissione della pena in foro esterno (cfr CIC can. 1357 §1). Come spiegano i commentatori, è la stessa legge canonica che s’impegna a «superare una possibile contraddizione tra la disponibilità al pentimento del fedele, con il conseguente desiderio di ricevere l’assoluzione sacramentale, e il divieto di accesso ai sacramenti disposto dalla pena canonica» (Codice di Diritto Canonico commentato a cura della Redazione di Quaderni di Diritto Ecclesiale, Ancora, Milano 2001, 1075).
Considerata in questa luce giuridico-canonica, la decisione del papa ha il suo fondamento e la sua radice nello stesso fine ultimo della disciplina canonica, ossia la salus animarum. Questa non è un elemento esterno, sovrapposto alla legge canonica e neppure una semplice clausola-limite per l’ordinamento canonico; è, al contrario una «clausola aperta» e interpretativa; è il principio guida e orientatore, la dimensione costitutiva della stessa realtà soprannaturale dello ius in Ecclesia.
Alla base della decisione del papa c’è, in fin dei conti, proprio questo principio metagiuridico; ecclesiologico, diremo, che informa l’intero ordinamento canonico. Esso oltretutto realizza l’istanza di ragionevolezza della legge medesima.

Ragione teologica e pastorale
Sulla gravità del peccato di aborto il papa non ha fatto nessuno sconto. Ha, invece, dichiarato: «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente». Su questo punto il Magistero della Chiesa è sempre stato ed è fermo. Lo stesso Francesco lo aveva ribadito già nei primi mesi del suo ministero petrino. Ad esempio, nell’Udienza ai partecipanti all’incontro promosso dalla Federazione Internazionale delle Associazioni dei medici cattolici il 20 settembre 2013 disse: «Nell’essere umano fragile ciascuno di noi è invitato a riconoscere il volto del Signore, che nella sua carne umana ha sperimentato l’indifferenza e la solitudine a cui spesso condanniamo i più poveri, sia nei Paesi in via di sviluppo, sia nelle società benestanti.
Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo. E ogni anziano […], anche se infermo o alla fine dei suoi giorni, porta in sé il volto di Cristo. Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”! Non si possono scartare!».
Ciò premesso, nella lettera apostolica Misericordia et misera il papa aggiunge: «Con altrettanta forza posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre» (n. 12). Troviamo qui la ragione teologica della decisione del papa.
In proposito, si potrebbe rileggere la bolla Misericordiae Vultus (11 aprile 2015) con la quale Francesco ha indetto il Giubileo appena concluso. Io stesso, per l’intero Anno Santo mi sono impegnato ad annunciare il mistero della divina misericordia, sia con la lettera pastorale Prima è la Misericordia (27 novembre 2015), sia con le ventisette Omelie pronunciate nelle diverse occasioni diocesane durante quel tempo davvero straordinario (cfr M. Semeraro, Prima è la Misericordia. Lettera Pastorale e Omelie nel Giubileo Straordinario della Misericordia, MiterThev, Albano Laziale 2016. Qui, invece, l'omelia per l'inizio del Giubileo il 13 dicembre 2015).

D’altra parte, «il tema della misericordia rappresenta lo sfondo interno del diritto canonico (salus animarum suprema lex – c. 1752). La misericordia è pienamente legata con la salvezza delle anime e con gli strumenti per realizzarla. In quanto tale, la misericordia raffigura chiaramente la dimensione pastorale e caritativa del diritto canonico» (R. Lezohupski, Misericordia in Penitenzieria Apostolica, «Peccato Misericordia Riconciliazione. Dizionario Teologico-Pastorale», LEV, Città del Vaticano 2016, 248). Ecco, allora, che in Misericordia ed misera il papa subito esorta: «Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione» (n. 12).
Considerando la prassi sacramentale del confessore il papa tutta la racchiude nel verbo accompagnare. Per fare cosa? Un «cammino di speciale riconciliazione»! Durante tale cammino il ministro della Chiesa deve essere guida, sostegno e conforto. Consideriamo brevemente queste tre singole azioni. Passiamo, così, alle ragioni pastorali.
La guida indica il cammino, ma non lo fa con una funzione semplicemente direttiva. Il confessore non è un «segnale stradale»! Quanto già richiesto dalla normativa canonica (cfr CIC can 978: il confessore è giudice, medico e ministro obbediente alla dottrina del Magistero e alle norme dell’autorità competente) Francesco lo esplicita con le parole: sostegno e conforto.
Per sostenere bisogna mettersi accanto all’altro e non starsene sulle gradinate! A balconear, direbbe Bergoglio nel gergo del lunfardo argentino: cioè starsene a guardare dal balcone. Ma c’è di più. Sostenere vuol dire letteralmente tener qualcuno ponendosi sotto di lui, ossia portandone il peso. Cercare una «pecora smarrita» non significa andar per prati e boschi, ma farsi carico, come il pastore di cui il Vangelo scrive: «se la carica sulle spalle rallegrandosi» (Lc 15,5).
Confortare, poi, vuol dire aiutare un altro a essere forte, a superare il male, a vincere la propria debolezza. In Filippesi 4,13 Paolo scrive: «Tutto posso in colui che mi dà forza», omnia possum in eo qui me confortat. Paolo sperimenta Gesù accanto a lui come presenza che incoraggia sì da rendere capaci di affrontare ogni situazione. In persona Christi, ogni confessore deve essere come questo Gesù per Paolo: dar coraggio, infondere dinamismo per non scoraggiarsi a motivo della propria debolezza, per andare avanti nella via intrapresa della conversione.

Una decisione «generativa»
È importante che tutti, ma noi sacerdoti in particolare, giungiamo a cogliere la dimensione «generativa» della decisione del papa. Domandiamoci: che cosa può far nascere questa scelta? Quali comportamenti promuove e incoraggia nelle nostre comunità? Genera speranza e fiducia in Dio, oppure scoraggiamento e disperazione? Fa maturare responsabilità? Apre delle strade, o immette in un vicolo cieco? Io penso che il papa non ci indica scorciatoie di nessun genere. Egli, anzi, ci addita strade lunghe, impegnative. Per ricorrere ad alcune sue espressioni, Francesco ci domanda di avviare processi di «discernimento, purificazione e riforma»; processi «di crescita» e «azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici» (Cfr Evangelii gaudium nn. 30; 169; 223).
Per rispondere a queste domande, carissimi, vi invito a risentire la trasmissione che la Radio Vaticana ha dedicato ieri al nostro argomento. È possibile ascoltarla qui. Udremo la voce di fr. Paolo Benanti, il teologo moralista che tutti noi e anche i nostri
seminaristi ben conosciamo per averlo spesso ascoltato in fruttuosi incontri di studio e varie lezioni. Egli spiega così la decisione del Papa: «Da una parte c’è la condanna dell’aborto, ma dall’altra, c’è bisogno di qualcuno che sia medico di quelle persone che sono incappate in quell’errore. Il papa dunque non sta declassando questo gravissimo peccato, ma sta sottolineando l’importanza di accogliere la contrizione e il pentimento di chi vuole confessarlo».
A sua volta, Monika Rodman Montanaro, che è coordinatrice nazionale per l'Italia di un percorso di sostegno per guarire le ferite dell’aborto denominato "Vigna di Rachele", ritiene che la scelta del papa «aiuterà più persone a prendere coraggio e ad avvicinarsi al confessionale e ai sacerdoti. Già tantissimi preti e religiosi avevano questa delega, ma, adesso che si sa che ce l’hanno tutti i sacerdoti, forse molte più persone, non solo donne ma anche uomini, non avranno più paura di incontrare problemi burocratici e saranno spinti a confessarsi».
Interviene anche il prof. Filippo Boscia, presidente nazionale dell'Associazione medici cattolici italiani e presidente onorario della Società italiana di Bioetica, il quale dice: «Considero questa scelta del Papa una grazia incredibile. Perché ciò che era stato concesso durante il tempo giubilare, esteso ora per il resto del tempo, ribadisce non soltanto che l’aborto è un grave peccato perché pone fine a una vita innocente, ma impegna tutti quanti al sostegno delle gravidanze inattese […]. Crediamo che non sarebbe possibile un ulteriore sviluppo di civiltà senza dare una dimostrazione tratta da chi ha aiutato all’aborto e poi se ne è pentito». Ha proseguito: «Ogni nuova parola del papa si leva alta e chiara ed è indispensabile a rompere ogni censura sociale e dichiarare il valore della vita incipiente. È una parola che ridona speranza a chi ha vissuto il trauma dell’aborto, una scelta che lascia cicatrici nella psiche specie delle donne».
Vi esorto, dunque, carissimi sacerdoti, a essere profondamente e sinceramente partecipi di tutte queste istanze, che mettono in gioco la nostra carità e la nostra paternità pastorale. Ho ripreso per questo il termine «generatività», su cui torno così spesso al fine di qualificare il nostro ministero.
Sospendendo la censura per quanti hanno procurato il peccato di aborto e, di conseguenza, estendendo a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere i penitenti, il papa, che nella Chiesa è il supremo legislatore, ci aiuta a comprendere meglio il fine stesso della legge della Chiesa che, come sottolineava Benedetto XVI in un discorso del 25 gennaio 2008, «è, anzitutto, lex libertatis: legge che ci rende liberi per aderire a Gesù».
Siamo, carissimi, all’inizio del tempo dell’Avvento. Sia per tutti confortante risentire le parole della Liturgia: «Nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro perché coloro che ti cercano ti possano trovare» (Preghiera Eucaristica IV).
Questo annuncio facciamolo risuonare nelle nostre comunità parrocchiali. Siano per tutti l’intercessione della Vergine Madre e la benedizione del Signore.

(Foto da: Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione)

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