sabato 10 settembre 2016

Un'antologia dalle Ultime conversazioni

Ecco alcuni dei brani tratti dal volume Ultime conversazioni nel quale Peter Seewald intervista Benedetto XVI e quest'ultimo risponde con estrema libertà. Questa piccola antologia è stata curata da Luigi Accattoli che ne ha fatto un commento anche per la nostra rivista Il Regno (cf. post precedente).

Antologia dal volume “Ultime conversazioni”
[il numero che precede i capoversi indica la pagina]

32 - [Decidere la rinuncia] Deve richiedere una forza incredibile. In questo genere di cose si riceve un aiuto. Ma per me era anche chiaro che dovevo farlo e che quello era il momento giusto. E la gente l’ha accettato. Molti sono grati che adesso il nuovo papa abbia un nuovo stile. Altri magari mi rimpiangono un po’ ma intanto sono riconoscenti anche loro. Sanno che il mio momento era passato e avevo dato ciò che potevo dare. Quando divenne definitiva la sua decisione? Direi durante le ferie del 2012. In agosto? Sì, più o meno.

33 - Quando e da chi fu scritto il testo con cui annunciava le sue dimissioni? L’ho scritto io. Non posso dire con precisione quando, ma al massimo due settimane prima. Perché in latino? Perché una cosa così importante si fa in latino. Inoltre il latino è una lingua che conosco così bene da poter scrivere in modo decoroso. Avrei potuto scriverlo anche in italiano, naturalmente, ma c’era il pericolo che facessi qualche errore.


38 - Eppure i media italiani dissero che il vero retroscena delle sue dimissioni era da ricercare nello scandalo Vatileaks, che riguarda non solo il caso di Paolo Gabriele, ma anche problemi finanziari e intrighi in seno alla curia. Alla fine le trecento pagine del rapporto d’inchiesta su queste vicende l’avrebbero talmente scioccata da non farle vedere altra via d’uscita che far posto a un successore. No, non è assolutamente vero. Al contrario, le cose erano state del tutto chiarite. Una volta ho detto, proprio a lei credo, che uno non può dimettersi quando le cose non sono a posto, ma può farlo solo quando tutto è tranquillo. Io ho potuto dimettermi proprio perché riguardo a quella vicenda era ritornata la serenità. Non si è trattato di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l’incapacità di farvi fronte.
Alcuni giornali parlarono perfino di ricatto e cospirazione.
Sono tutte assurdità. Devo dire che il fatto che un uomo, per qualsivoglia ragione, si sia immaginato di dover provocare uno scandalo per purificare la Chiesa è una vicenda insignificante. Ma nessuno ha cercato di ricattarmi. Non l’avrei nemmeno permesso. Se avessero provato a farlo non me ne sarei andato perché non bisogna lasciare quando si è sotto pressione. E non è nemmeno vero che ero deluso o cose simili. Anzi, grazie a Dio, ero nello stato d’animo pacifico di chi ha superato la difficoltà. Lo stato d’animo in cui si può passare tranquillamente il timone a chi viene dopo.

42 - Cosa ha pensato quando il suo successore si è affacciato sulla loggia della basilica di San Pietro? E per di più vestito di bianco? È stata una sua scelta, anche noi che l’abbiamo preceduto eravamo in bianco. Non ha voluto la mozzetta. La cosa non mi ha minimamente toccato. Quello che mi ha toccato, invece, è che già prima di uscire sulla loggia abbia voluto telefonarmi, ma non mi ha trovato perché eravamo appunto davanti al televisore. Il modo in cui ha pregato per me, il momento di raccoglimento, poi la cordialità con cui ha salutato le persone tanto che la scintilla è, per così dire, scoccata immediatamente. Nessuno si aspettava lui. Io lo conoscevo, naturalmente, ma non ho pensato a lui. In questo senso è stata una grossa sorpresa. Ma poi il modo in cui ha pregato e ha parlato al cuore della gente ha subito acceso l’entusiasmo. (...)
Contento per il risultato dell’elezione?
Quando ho sentito il nome, dapprima ero insicuro. Ma quando ho visto come parlava da una parte con Dio, dall’altra con gli uomini, sono stato davvero contento. E felice.

43 - Papa Francesco rappresenta una novità sotto molti aspetti: è il primo gesuita sulla cattedra di san Pietro; il primo a portare il nome di Francesco. E soprattutto è il primo papa del «nuovo mondo». Che cosa significa per la struttura della Chiesa cattolica mondiale?
Significa che la Chiesa è in movimento, è dinamica, aperta, con davanti a sé prospettive di nuovi sviluppi. Che non è congelata in schemi: accade sempre qualcosa di sorprendente, che possiede una dinamica intrinseca capace di rinnovarla costantemente. Ciò che è bello e incoraggiante è che proprio nella nostra epoca accadono cose che nessuno si aspettava e mostrano che la Chiesa è viva e trabocca di nuove possibilità.

44s - Si dice che il buon Dio corregga un po’ ciascun papa nel suo successore: in che cosa la corregge papa Francesco? (Ride.)
Direi con la sua attenzione verso gli altri. Credo sia molto importante. È certo anche un papa che riflette. Quando leggo il suo scritto, Evangelii gaudium, o anche le interviste, vedo che è un uomo riflessivo, uno che medita sulle questioni attuali. Allo stesso tempo, però, è una persona molto diretta con i suoi simili, abituata a stare sempre con gli altri. Che non viva nel palazzo apostolico bensì a Santa Marta, dipende dal fatto che vuole sempre essere circondato dalla gente. Direi che questo si può ottenere anche su [nel palazzo apostolico, ndr], ma è una scelta che mostra un nuovo stile. Forse io non sono stato abbastanza in mezzo agli altri, effettivamente. Poi, direi, c’è anche il coraggio con cui affronta i problemi e cerca le soluzioni.

47 - Dunque non vede una rottura con il suo pontificato? 
No. Naturalmente si possono fraintendere alcuni punti per poi dire che adesso le cose vanno in modo del tutto diverso. Se si prendono singoli episodi e li si isolano, si possono costruire contrapposizioni, ma ciò non accade quando si considera tutto l’insieme. Forse si pone l’accento su altri aspetti, ma non c’è alcuna contrapposizione.
Allora, fino a questo momento lei è soddisfatto del ministero di papa Francesco? Sì. C’è una nuova freschezza in seno alla Chiesa, una nuova allegria, un nuovo carisma che si rivolge agli uomini, è già una bella cosa.

105 - Come e dove riflette meglio? Da un lato alla scrivania, però, quando devo ponderare bene una questione, mi distendo sul divano. Lì si può riflettere tranquillamente sulle cose.
Ha sempre avuto un divano nelle vicinanze?
Non posso farne a meno.

109 - Tutte le sue annotazioni nei lavori dei suoi studenti sono scritte a matita. (Ride.) Ho sempre fatto così. Scrivevo così da ragazzo e mi è rimasta l’abitudine. La matita ha il vantaggio che si può cancellare. Quando scrivo con l’inchiostro, ciò che è scritto è scritto.
Anche da papa ha scritto con la matita? I libri su Gesù, per esempio?
Sì. Sempre.
Mai con la penna?
Mai.

150 - A quel tempo [fine anni sessanta] ci fu una petizione per abolire il celibato, che lei firmò. Fu un passo falso?
Il documento fu elaborato da Rahner e Lehmann e discusso in seno alla Commissione dottrinale della Conferenza episcopale tedesca di cui eravamo membri. Era così tortuoso, come sono appunto i testi di Rahner, che da un lato rappresentava una difesa del celibato, dall’altro cercava di lasciare aperto il problema per un’ulteriore riflessione. Io firmai più per l’amicizia verso gli altri. Non fu naturalmente una decisione felice, ma direi che non si trattava di una richiesta di abolire il celibato.

156 - Si spaventò quando fu eletto il cardinale polacco?
Niente affatto. Ero un suo sostenitore.

162 - Delle differenze almeno [con GPII]. Si dice per esempio che l’incontro di preghiera del papa ad Assisi con i rappresentanti delle religioni mondiali non l’abbia entusiasmata.
È vero, ma non abbiamo avuto contrasti perché sapevo che le sue intenzioni erano giuste e, viceversa, lui sapeva che io seguivo un’altra linea. Prima del secondo incontro di Assisi mi disse che avrebbe comunque gradito la mia presenza e io ci andai. Quello fu anche un incontro meglio organizzato. Le obiezioni che avevo sollevato erano state accolte e la forma che la manifestazione aveva assunto mi permetteva di partecipare.

163 - E come andò con il grande mea culpa del 2000, con cui la Chiesa cattolica chiese perdono per gli errori e le omissioni commessi nel corso della storia? Qui lei si oppose, come si dice di frequente?
No. Ero d’accordo. Penso che sia lecito chiedersi se i molti mea culpa abbiano veramente senso. Ma che la Chiesa, su modello dei Salmi e del Libro di Baruch per esempio, confessasse le colpe commesse nel corso dei secoli, lo trovai anch’io giusto.

173 - È davvero difficile immaginare che lei sia andato in conclave senza pensare che potesse capitarle di essere eletto.
In effetti, molti me ne parlarono, ma io non potei prenderli veramente sul serio. Pensavo: non esiste, è irragionevole. Per questo poi ne fui molto toccato.
Ci fu un minuto in cui lei rifletté se dovesse accettare davvero l’elezione?
Certo, anzi ci pensai in continuazione, ma in un certo senso sapevo di non poter dire di no.

181 - Avrebbe potuto annunciare una riforma, come fa papa Francesco, e nominare almeno le commissioni competenti.
Ognuno ha il proprio carisma. Francesco è l’uomo della riforma pratica. È stato a lungo arcivescovo, conosce il mestiere, è stato superiore dei gesuiti e ha anche l’animo per mettere mano ad azioni di carattere organizzativo. Io sapevo che questo non è il mio punto di forza. E non era nemmeno necessario perché era appena entrata in vigore la riforma della curia voluta da Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Pastor BonusNon mi sembrava giusto ribaltare subito di nuovo tutto. La verità è che non potevo intraprendere nessun tipo di operazione di carattere organizzativo a lungo termine. Ma ero anche del parere che non fosse il momento di farlo.

188 - Nella già citata Via crucis al Colosseo del Venerdì Santo del 2005 lei parlò della sporcizia presente nella Chiesa. Si riferiva già allora ai casi di abuso? C’erano anche quelli, ma ho pensato a tante cose. Un cardinale della Congregazione per la dottrina della fede viene a conoscenza di così tanti particolari, perché tutti gli scandali arrivano lì, che bisogna possedere una grande forza d’animo per sopportare. Che nella Chiesa ci sia della sporcizia è cosa nota, ma quello che deve digerire il capo della Congregazione per la dottrina della fede va molto oltre e pertanto volevo semplicemente pregare il Signore che ci aiutasse.

194 - C’è stato nella sua vita il momento in cui ci si chiede se tutto quello che crediamo su Dio non è solo un’idea? Se un giorno non ci si debba svegliare e dire: sì, ci siamo sbagliati?
La domanda «Tutto questo ha davvero un fondamento?» naturalmente si ripresenta sempre in ciascun uomo ma io ho avuto così tante esperienze concrete di fede, esperienze della presenza di Dio, che ho armi a sufficienza per superare quei momenti.
E i grandi dubbi non ci furono mai? Nel corso della sua giovinezza, per esempio, quando era studente?
Allora meno che mai. La Chiesa era ancora così viva, tutto era ancora così facile e diretto, autentico e privo di contrasti. No, solo dopo, quando il mondo è andato in pezzi e il cristianesimo, la stessa Chiesa, sembrava aver smarrito la propria identità. Tuttavia la mia fede era ben salda, grazie a Dio.

214 -  il suo successore ha parlato di una lobby gay in Vaticano, una «cupola» omosessuale che costituisce un problema. È anche lei della stessa opinione? Effettivamente mi fu indicato un gruppo, che nel frattempo abbiamo sciolto. Era appunto segnalato nel rapporto della commissione di tre cardinali che si poteva individuare un piccolo gruppo di quattro, forse cinque persone. L’abbiamo sciolto. Se ne formeranno altri? Non lo so. Comunque il Vaticano non pullula certo di casi simili.

217 - Come vede il futuro del cristianesimo?
È palese che i nostri principi non coincidono più con quelli della cultura moderna, che la struttura fondamentale cristiana non è più determinante. Oggi prevale una cultura positivista e agnostica che si mostra sempre più intollerante verso il cristianesimo. La società occidentale, quindi, in ogni caso in Europa, non sarà una società cristiana e, a maggior ragione, i credenti dovranno sforzarsi di continuare a plasmare e sostenere la coscienza dei valori e della vita. Sarà importante una testimonianza di fede più decisa delle singole comunità e Chiese locali. Avranno una maggiore responsabilità.

218 - L’elezione di papa Francesco è forse il segno esteriore di una svolta epocale? Con lui inizia definitivamente una nuova era?
Le ripartizioni temporali sono sempre state decise a posteriori: solo in un secondo tempo si è stabilito che qui iniziava il medioevo o là cominciava l’era moderna. Solo a posteriori si è visto come si sono sviluppati i movimenti. Per questo ora non azzarderei una simile affermazione. Tuttavia, è evidente che la Chiesa sta abbandonando sempre più le vecchie strutture tradizionali della vita europea e quindi muta aspetto e in lei vivono nuove forme. È chiaro soprattutto che la scristianizzazione dell’Europa progredisce, che l’elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società. Di conseguenza la Chiesa deve trovare una nuova forma di presenza, deve cambiare il suo modo di presentarsi. Sono in corso capovolgimenti epocali, ma non si sa ancora a che punto si potrà dire con esattezza che comincia uno oppure l’altro.

221 - Qual è secondo lei il suo lato debole?
Forse la risolutezza nel governare e prendere decisioni. Qui in realtà sono più professore, uno che riflette e medita sulle questioni spirituali. Il governo pratico non è il mio forte e questa è certo una debolezza.
E cosa pensa le sia riuscito particolarmente bene?
(Ride.) Questo non lo so. Nella sua autobiografia si parla spesso di «nuove pene».

222 - È stato un papa riformista, conservatore o, come sostengono i suoi detrattori, un fallito?
Non riesco a vedermi come un fallito. Per otto anni ho svolto il mio servizio. Ci sono stati momenti difficili, basti pensare, per esempio, allo scandalo della pedofilia e al caso Williamson o anche allo scandalo Vatileaks; ma in generale è stato anche un periodo in cui molte persone hanno trovato una nuova via alla fede e c’è stato anche un grande movimento positivo.
Allora le è piaciuto fare il papa?
(Ride.) Direi che sapevo di essere sostenuto, per questo sono grato per le molte belle esperienze. Ma è stato naturalmente sempre anche un fardello.

224s - Lei si trova, come si è espresso, nell’ultima fase della sua vita. Ci si può preparare alla morte? Bisogna prepararsi alla morte. Non nel senso di compiere certi atti, ma di vivere preparandosi a superare l’ultimo esame di fronte a Dio. Ad abbandonare questo mondo e trovarsi davanti a Lui e ai santi, agli amici e ai nemici. A, diciamo, accettare la finitezza di questa vita e mettersi in cammino per giungere al cospetto di Dio.
Lei come fa?
Meditando. Pensando sempre che la fine si avvicina. Cercando di prepararmi a quel momento e soprattutto tenendolo sempre presente. L’importante non è immaginarselo, ma vivere nella consapevolezza che tutta la vita tende a questo incontro.

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