martedì 14 giugno 2016

Un giro tra l'umanità

Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne (in originale: Le Tour du monde en quatre-vingts jours) è uno dei più celebri romanzi di avventura per ragazzi. Ispirato a un'impresa realmente compiuta nel 1870 dall'americano George Francis Train, il libro racconta la storia di due uomini, il gentleman inglese Phileas Fogg e Passepartout, suo cameriere francese, impegnati in nella scommessa di fare il giro del globo terrestre in ottanta giorni. Sul Regno un'originale rilettura a firma della scrittrice Mariapia Veladiano.


di Mariapia Veladiano*
Un giro tra l'umanità

Arriva in mano con un arruffo puntuto di ricordi, la carta segnata di macchie color ruggine, l’odore di scaffale di legno trattato con la cera, il suono delle parole di chi a un’ora sconveniente della notte ci ordinava prima, e poi supplicava, di chiudere il libro e dormire perché leggere di notte «cava gli occhi». Esser ciechi per sempre, come si fa a leggere poi? La mamma volata in Cielo ormai leggerissima di vecchiaia ci riconsegna la sua libreria, tante vite di santi, tanti classici, tanti libri d’erboristeria e poi i libri dei figli bambini.
È Giulio Verne, si chiamava ancora Giulio e non Jules nelle traduzioni italiane, Il giro del mondo in ottanta giorni, (Giuseppe Principato editore, 1956). In copertina ha un elefante che fa dondolare due ceste con i suoi ospiti viaggiatori, si vede che la bella Auda è già stata salvata.
L’incipit è irresistibile. Phileas Fogg è perfetto. Bello, misteriosissimo, di lui non si sa l’origine, non apparteneva a nessuna delle «societies» a cui era necessario appartenere per essere socialmente accolti, non frequentava la Borsa né la City. Eppure nella Londra che contava c’era eccome. «Sapeva che nella vita si perde molto tempo con gli attriti perciò evitava con ogni cura questi attriti» (7). Certo potrebbe dare sui nervi un uomo che ogni santo giorno fa esattamente le stesse sante cose e che licenzia un domestico perché gli ha portato l’acqua per radersi «a 80 gradi Farenheit invece che a 86» (3).
Ma Fogg si riscatta a pagina 14, quando lo si vede fulmineo partire per la più bizzarra delle avventure intorno al mondo. Nessun cerchio perfetto, un ondivagare di imprevisti e malintesi. Un mare d’ironia. Ironia su Brahma Siva e Visnù che dovevano stupirsi davanti a «quell’India britannizzata dove di quando in quando dei battelli a vapore passavano fischiando e turbando le acque del sacro Gange, spaventando i gabbiani che volavano sulla sua superficie, le testuggini che pullulavano sulle sue rive e i devoti stesi lungo le sue sponde!» (72).
Ironica la fulminante scazzottata fra il (nuovo) servitore geniale Passepartout e l’agente Fix che insegue Fogg credendolo un ladro, a bordo del piroscafo «General Grant» con i marinai intorno che si mettono a scommettere a favore di Passepartout (131). Ironica a San Francisco la battaglia furiosa fra le fazioni che sostengono ciascuna l’elezione del proprio candidato. «Un generale in capo vero?» chiede Fogg. «No, signore, un giudice di pace” (138).
C’è la discrezione dei libri di una volta dove non era il caso di spiegare tutto. Ad esempio non si sa come Auda il giorno dopo essere stata salvata dal sacrificio che la voleva bruciata insieme al marito defunto si trovi bella e vestita degli abiti occidentali che Passepartout ha comprato nella città di Allahabad. Son tutti uomini i suoi compagni di viaggio, lei è stata drogata ed è priva di sensi e quindi?
E quindi siamo contenti di vederla (con Giulio Verne si vede, come in una vera avventura) dondolare sull’elefante della copertina insieme a Fogg e non sappiamo come ma ce li immaginiamo già sposi felici e contenti anche se «la giovane signora fissava i suoi grandi occhi limpidi come i laghi sacri dell’Himalaya negli occhi del signor Fogg, ma l’impassibile signor Fogg, più che mai chiuso in sé stesso, non sembrava uomo disposto a gettarsi in quei laghi» (82).
Ci si può scandalizzare del dialogo fra Fogg e il brigadiere generale suo compagno di viaggio in India quando il gentiluomo inglese decide di fermare la sua corsa intorno al mondo per salvare la vedova del rajah di Bundelkund: «“Siete davvero un uomo generoso!”, esclamò il brigadiere generale. “Qualche volta”, rispose Phileas Fogg, “Quando ho tempo”» (60).
Non granché, si può pensare dal divano di casa propria, visto che Fogg era in quel momento in anticipo di dodici ore sul piano di viaggio. Ma era in gioco tutto quel che possedeva e dodici ore erano niente rispetto agli imprevisti possibili allora (e invece ora no?) nel fare il giro del mondo. Noi sappiamo essere migliori?
Al netto di pagine saturate da stereotipi culturali come quella della processione funebre nella giungla, c’è una tale circolazione di umanità purissima che permette di riconoscerci.
Per cui silenzio e ammiriamo. Ammiriamo il tempo in cui i piroscafi arrivavano immancabilmente in anticipo, in cui un uomo rischiava tutto per una donna senza pretendere di possederla e in cui una battuta folgorante sa dell’amore più di tante logorroiche esplorazioni sentimentalmente impudiche della narrativa di oggi: «Non avete paura, signora?». «Con voi non ho paura» (106). La sobrietà di una dichiarazione d’amore appena espressa. Con tutto quel che l’amore di più vero porta con sé. Mi fido di te. Mi affido. Non posso cadere perché non mi farai cadere. O cadremo insieme. E insieme si può.
È forse il più leggero fra i libri di Verne. Nessuna pretesa di perfezione, nessun intento didascalico, un moderato prudente politically correct. Prende in giro la società inglese, condanna quella indiana quel che basta, ha un lietissimo fine. Riporta a un’infanzia in cui gli affetti erano ancora un abbraccio. Cosa di più?

* L'articolo è apparso su Regno-att. 8,2016,232


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