mercoledì 29 giugno 2016

La preghiera per uscire dalle chiusure. Papa Francesco nella solennità dei santi Pietro e Paolo

«La preghiera permette alla grazia di aprire una via di uscita: dalla chiusura all’apertura, dalla paura al coraggio, dalla tristezza alla gioia. E possiamo aggiungere: dalla divisione all’unità»: così papa Francesco nell’omelia tenuta questa mattina, nella Basilica Vaticana alle 9.30, in occasione della Solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, patroni della città di Roma.
Durante la celebrazione eucaristica il papa ha benedetto i sacri palli (paramenti liturgici costituiti da una striscia di stoffa di lana bianca avvolta sulle spalle, simbolo del compito pastorale di chi lo indossa), destinati agli arcivescovi metropoliti nominati nel corso dell’anno. Si tratta di 25 presuli dei 5 continenti. 6 sono gli italiani, tra cui mons. Zuppi, arcivescovo di Bologna; mons. Lorefice, arcivescovo di Palermo; mons. Tisi, arcivescovo di Trento; mons. Accrocca, arcivescovo di Benevento; mons. Ligorio, arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo; e il domenicano Lorenzo Piretto, dallo scorso novembre arcivescovo di Izmir (Smirne), in Turchia. La consegna del pallio ai nuovi arcivescovi avverrà nelle loro diocesi per mano dei nunzi apostolici locali, alla presenza dei vescovi suffraganei e dei fedeli. 

Di seguito pubblichiamo il testo dell'omelia:

La Parola di Dio di questa liturgia contiene un binomio centrale: chiusura / apertura. A questa immagine possiamo accostare anche il simbolo delle chiavi, che Gesù promette a Simone Pietro perché possa aprire l’ingresso al regno dei cieli, e non certo chiuderlo davanti alla gente, come facevano alcuni scribi e farisei ipocriti che Gesù rimprovera (cf. Mt 23,13).

La lettura degli Atti degli Apostoli (12,1-11) ci presenta tre chiusure: quella di Pietro in carcere; quella della comunità raccolta in preghiera; e – nel contesto prossimo del nostro brano – quella della casa di Maria, madre di Giovanni detto Marco, dove Pietro va a bussare dopo essere stato liberato.
Rispetto alle chiusure, la preghiera appare come la via di uscita principale: via di uscita per la comunità, che rischia di chiudersi in sé stessa a causa della persecuzione e della paura; via di uscita per Pietro, che ancora all’inizio della sua missione affidatagli dal Signore viene gettato in carcere da Erode e rischia la condanna a morte. E mentre Pietro era in prigione, «dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). E il Signore risponde alla preghiera e manda il suo angelo a liberarlo, «strappandolo dalla mano di Erode» (At 12,11). La preghiera, come umile affidamento a Dio e alla sua santa volontà, è sempre la via di uscita dalle nostre chiusure personali e comunitarie. È la grande via di uscita dalle chiusure.

Anche Paolo, scrivendo a Timoteo, parla della sua esperienza di liberazione, di uscita dal pericolo di essere lui pure condannato a morte; invece il Signore gli è stato vicino e gli ha dato forza perché lui potesse portare a compimento la sua opera di evangelizzazione alle genti (cf. 2 Tm 4,17). Ma Paolo parla di una «apertura» ben più grande, verso un orizzonte infinitamente più vasto: quello della vita eterna, che lo attende dopo aver terminato la «corsa» terrena. E’ bello allora vedere la vita dell’Apostolo tutta «in uscita» grazie al Vangelo: tutta proiettata in avanti, prima per portare Cristo a quanti non lo conoscono, e poi per buttarsi, per così dire, nelle sue braccia, ed essere portato da Lui «in salvo nei cieli, nel suo regno» (v. 18).

Ritorniamo a Pietro. Il racconto evangelico (Mt 16,13-19) della sua confessione di fede e della conseguente missione affidatagli da Gesù ci mostra che la vita di Simone, pescatore galileo – come la vita di ognuno di noi –, si apre, sboccia pienamente quando accoglie da Dio Padre la grazia della fede. Allora Simone si mette sulla strada – una strada lunga e dura – che lo porterà a uscire da sé stesso, dalle sue sicurezze umane, soprattutto dal suo orgoglio mischiato con il coraggio e con il generoso altruismo. In questo suo percorso di liberazione, decisiva è la preghiera di Gesù: «Io ho pregato per te (Simone), perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,32). E altrettanto decisivo è lo sguardo pieno di compassione del Signore dopo che Pietro lo aveva rinnegato tre volte: uno sguardo che tocca il cuore e scioglie le lacrime del pentimento (cf. Lc 22,61-62). Allora Simone Pietro fu liberato dal carcere del suo io orgoglioso, del suo io pauroso, e superò la tentazione di chiudersi alla chiamata di Gesù a seguirlo sulla via della croce.

Come accennavo, nel contesto prossimo del brano degli Atti degli Apostoli c’è un particolare che può farci bene notare (cf. 12,12-17). Quando Pietro si trova miracolosamente libero fuori dal carcere di Erode, si reca alla casa della madre di Giovanni detto Marco. Bussa alla porta, e dall’interno risponde una domestica di nome Rode, la quale, riconosciuta la voce di Pietro, invece di aprire la porta, incredula e piena di gioia insieme corre a riferire la cosa alla padrona. Il racconto, che può sembrare comico e che può dare inizio al cosiddetto complesso di Erode, ci fa percepire il clima di paura in cui si trovava la comunità cristiana, che rimaneva chiusa in casa, e chiusa anche alle sorprese di Dio. Pietro bussa alla porta: «Guarda!». C’è gioia, c’è paura… «Ma apriamo, non apriamo?». E lui è in pericolo, perché la polizia può prenderlo… Ma la paura ci fa fermi, ci ferma sempre! Ci chiude, ci chiude alle sorprese di Dio. Questo particolare ci parla della tentazione che sempre esiste per la Chiesa: quella di chiudersi in sé stessa, di fronte ai pericoli. Ma anche qui c’è lo spiraglio attraverso cui può passare l’azione di Dio: dice Luca che in quella casa «molti erano riuniti e pregavano» (v. 12).

La preghiera permette alla grazia di aprire una via di uscita: dalla chiusura all’apertura, dalla paura al coraggio, dalla tristezza alla gioia. E possiamo aggiungere: dalla divisione all’unità. Sì, lo diciamo oggi con fiducia insieme ai nostri fratelli della delegazione inviata dal caro Patriarca ecumenico Bartolomeo, per partecipare alla festa dei Santi Patroni di Roma. Una festa di comunione per tutta la Chiesa, come evidenzia anche la presenza degli arcivescovi metropoliti venuti per la benedizione dei palli, che saranno loro imposti dai miei rappresentanti nelle rispettive sedi.

I santi Pietro e Paolo intercedano per noi, perchè possiamo compiere con gioia questo cammino, sperimentare l'azione liberatrice di Dio e testimoniarla a tutti. 

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