martedì 31 maggio 2016

E. Rossi, Una Costituzione migliore?

Si profila per l'autunno prossimo, il referendum costituzionale con voto confermativo sulla Riforma (ddl Boschi) approvata alla Camera - con 361 sì e 7 no - il 12 aprile scorso. Una riforma piuttosto ampia, (con 45 articoli della Costituzione  modificati), che ha suscitato reazioni contrastanti, sia nell'opinione pubblica che nel mondo scientifico di riferimento. Il  volume, del prof.E Rossi, cerca di spiegare, con un linguaggio semplice ma rigoroso, i contenuti della riforma, analizzandone i punti di forza e di debolezza, le scelte opportune e gli errori commessi. 
di Luca Gori*
E. Rossi, Una Costituzione migliore? Contenuti e limiti della riforma costituzionale, Pisa University Press, Pisa 2016, pp. 288, € 12.
Il volume di Emanuele Rossi ha almeno tre meriti. Il primo è quello di riannodare, in forma sintetica, i fili del lungo processo riformatore italiano iniziato da oltre trent’anni. Spesso, infatti, la riforma Boschi – Renzi è presentata come un evento di «rottura» (e ciò può essere considerato un merito o un limite del progetto, a seconda delle prospettive). L’autore, invece, in apertura segnala come questa «lunga e logorante storia» presenti temi e soluzioni ricorrenti e come il disegno di legge costituzionale appena licenziato dalle Camere non costituisca altro che l’approdo ultimo di una riflessione, a tratti estenuante, che si protrae da anni senza produrre effetti tangibili.

Anzi, per certi versi, il disegno di legge è meno invasivo di altre proposte del recente passato: ad esempio, non tocca per nulla il delicatissimo titolo della Costituzione dedicato alla magistratura, così come le norme sul Consiglio di stato o la Corte dei conti. Rossi dedica, a questo proposito, un breve capitolo del volume a «cosa non c’è nel disegno di legge costituzionale (e forse poteva esserci)». Sul tema così divisivo della non elettività del Senato, l’autore non può che concludere che tale richiesta risulta pressoché unanime fra gli studiosi e da molti anni costituisce un patrimonio condiviso dei programmi riformatori dei partiti politici italiani.

Il secondo merito del libro è quello di offrire un commento estremamente puntuale della riforma, con la presentazione delle voci degli studiosi che si sono confrontati con il testo. In quest’ottica, esso è un atlante molto accurato della produzione scientifica che, fino a oggi, si registra sulla riforma, da quelle negative più estreme a quelle che additano il testo come una sorta di «miracolo» positivo e salutare (molto utile la ricca bibliografia finale). Nello spazio intermedio si collocano una serie di opinioni più sfumate di costituzionalisti e politologi che hanno animato il dibattito scientifico, culturale e parlamentare. Rossi non prende, almeno apertamente, una posizione netta, ma preferisce offrire al lettore un corredo di strumenti e chiavi di lettura utili a formarsi un maturo e ragionato convincimento. In questo senso, rimane deluso chi cerca nel libro di Rossi un manifesto pro o contro la riforma.

L’operazione dell’autore, invece, è più ambiziosa, ed è questo il terzo merito del volume: non far perdere il lettore-elettore in una miriade di micro-questioni o aspetti di settore, ma aiutarlo a tenere insieme le grandi scelte di fondo della riforma e le singole soluzioni elaborate dal legislatore costituzionale. Diversamente, due possono essere i rischi: quello di non considerare gli aspetti tecnici o di dettaglio maggiormente critici in nome dell’esigenza di restituire alle istituzioni una forte capacità decisionale; oppure, al contrario, di esaltare (eccessivamente) questioni minori, risolvibili sul piano interpretativo o su quello della prassi applicativa (nessuna riforma può considerarsi indenne da problemi in fase di attuazione).

Rossi è molto accurato nel porre l’accento sulle questioni interpretative, sulle contraddizioni e sulle oscurità del testo. Così facendo pone al lettore alcuni interessanti interrogativi: le mancanze del testo non sono forse epifenomeni di una non sufficiente chiarezza in merito all'impianto costituzionale che si propone? Oppure, i necessari accordi parlamentari conclusi affinché la proposta fosse approvata, hanno alterato l’assetto inizialmente costruito, al punto da rendere la riforma difficilmente applicabile (ad esempio, il metodo di elezione dei senatori oppure la condizione delle regioni a statuto speciale)?

Ma non è tutto. Lucidamente, Rossi indica il «rischio» che il referendum perda di vista il reale oggetto della consultazione. La riforma è sicuramente frutto di un determinato clima politico, di un certo assetto partitico e dell’ascesa (e del tramonto) di alcune leadership. Rossi richiama con insistenza le questioni centrali della riforma, chiedendosi se la finalità – restituire capacità decisionale alle istituzioni repubblicane – possa prevalere sulle carenze evidenti del progetto. Un tentativo lodevole, che si scontra però con l’irresistibile tentazione di utilizzare il referendum per sciogliere alcuni nodi politici. Chiedersi quanto sia condizionato il voto referendario dalla volontà di premiare o punire l’esecutivo o il leader che ha proposto e sostenuto la riforma, a prescindere dai suoi contenuti, è un utilissimo esercizio da compiere quotidianamente, da oggi e fino al referendum.

* L'articolo è apparso su Regno-att. 6,2016,167

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