martedì 24 maggio 2016

Vaccinazioni: una questione di etica civile

"È obbligatorio o no vaccinare i bambini": è bastata una simile domanda seguita da una risposta provocatoria per scatenare, durante la trasmissione Virus condotta su Rai2 da Nicola Porro, l'ultima querelle in materia di vaccinazioni. Una polemica su cui troppo spesso si assiste a un vuoto di contenuti in un'etica della comunicazione che non cerca l'approfondimento scientifico, ma solo lo scontro tra punti di vista "morali" diversi. E se invece provassimo a vedere la questione da un punto di vista di etico-civile? Simone Morandini per il blog Moralia.

di Simone Morandini*


Lo scontro
«È demenziale obbligare a vaccinare i bambini» così la pensa lo showman Red Ronnie, invitato ad esprimersi sul tema dei vaccini durante la trasmissione Virus, in onda su Rai2 lo scorso 12 maggio. Si tratta di affermazioni veritiere, oppure il vero pericolo è Red Ronnie, incompetente in materia e portatore di «notizie false»? A ritenerlo è l’immunologo Roberto Burioni presente in video assieme a lui. Risultato: una querela e la trasmissione che sembra destinata ad uscire dal palinsensto RAI del prossimo anno.
Potrebbe sembrare che sia finita qui e che da un punto di vista morale ci si possa interrogare soprattutto su un’etica della comunicazione che non cerca l’approfondimento, ma solo lo scontro tra punti di vista diversi (a prescindere dalle competenze di chi li esprime). Si tratta di un tema che è davvero centrale per una società così segnata dalla dimensione mediatica: troppo spesso la logica deltalk-show conferisce dignità a posizioni del tutto prive di ogni consistenza (si pensi a quei pochi che ancora negano la matrice antropica del mutamento climatico). Ma tutto vale a creare dibattito, anche dove non ci sarebbe motivo di aprirlo; tutto serve a fare audience.
Il nodo
Non è, però, questo il tema cui dedichiamo questa nota, ma all’approfondimento di una questione nella quale non è in gioco soltanto una questione di (in)competenze. Nella polemica sulle vaccinazioni, infatti, non risuonano solo argomentazioni che portano dati fattuali (o, in alcuni casi, supposti tali), ma si esprimono veri e propri punti di vista morali. Certo, spesso essi restano celati dietro un apparente buon senso; una riflessione di tipo etico avrà anche il compito di farli emergere, per sottoporli ad un attento discernimento, esaminandone i presupposti.
«Perchè dovrei esporre mio/a figlio/a ad un rischio, vaccinandolo/a contro malattie ormai debellate da tempo in Italia? E chi garantisce che il rischio sia davvero piccolo? Perchè dovrei fidarmi dei dati offerti dalla stessa corporazione dei medici che impone il vaccino?». Capita spesso di sentire simili argomentazioni, magari accompagnate da narrazioni - provenienti da fonti non sempre verificabili - di casi dagli esiti drammatici. Si esprime in esse una diffidenza contro le fonti di informazione ufficiali che non riesce più a concepire che una istituzione pubblica possa avere effettivamente di mira il bene dei soggetti coinvolti ed è un grave sintomo di sgretolamento di quella fiducia civile di cui già in altre occasioni abbiamo sottolineato la forte rilevanza morale.
Notiamo però anche che la prima parte di tale argomentazione contribuisce essa stessa potentemente alla demolizione dei presupposti di una simile etica civile. Sappiamo bene, infatti, che è lo stesso sistema delle vaccinazioni a contribuire alla riduzione ai minimi termini della presenza di alcune malattie nel territorio nazionale. Una riduzione della percentuale di vaccinati non può, quindi, che aumentare il rischio di rinnovate insorgenze, specie in una società globale, in cui i contatti con soggetti provenienti da aree meno sicure sono sempre possibili. Di più, esso espone a rischio in modo particolare quei soggetti fragili che - per età, allergie o particolari condizioni - non possono o quanto meno non possono ancora godere della protezione offerta dal vaccino.
Da un punto di vista morale
Che significa allora in termini morali rifiutare la vaccinazione per il proprio figlio? Significa anteporre la sua tutela individuale (contro il rischio di eventi seri, ma a bassissima probabilità) rispetto alla tutela sociale contro malattie sicuramente gravi. Significa, in altre parole, privilegiare radicalmente il bene privato rispetto al bene comune; significa, anzi, assumere comportamenti che non determinano un reale incremento del rischio di contagio per il soggetto coinvolto solo perché molti altri si assumono altri rischi, che per lui non si vogliono correre. In un linguaggio più tecnico, insomma, dovremmo parlare di uncomportamento da free-rider: quello di chi trae un vantaggio personale sfruttando oneri assunti da altri.
Una valutazione morale non potrà dunque che essere decisamente critica nei confronti di simili comportamenti e delle argomentazioni che li motivano, evidenziandone la matrice profondamente individualistica e soprattutto la fondamentale irresponsabilità. Costruire etica civile, invece, significa sempre collocarsi dal punto di vista del bene comune, anche assumendo responsabilmente quei ragionevoli oneri o rischi che ciò può comportare per sé e per i propri cari.

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